Rivoluzione e-commerce, cambia anche la city logistics

La logistica nacque nell’antichità per ragioni militari: la guerra andava vinta sul piano strategico e il primo ad accorgersene fu Alessandro Magno. Nel corso dei secoli sono mutate le tecnologie e le civiltà, ma un fenomeno è rimasto intatto: è nei momenti di difficoltà che l’essere umano riesce a ingegnarsi meglio per risolvere problemi. Un articolo pubblicato il 15 settembre su qualenergia.it offre degli interessanti spunti sulla lockdown logistics, e ne riportiamo qui i tratti salienti.

 

La pandemia di Covid-19 sta a tutt’oggi “contribuendo” a una piccola rivoluzione della city logistics su scala globale, perlopiù per i flussi discendenti dall’e-commerce. La crescita degli acquisti online, infatti, sta contribuendo tantissimo al ritorno degli hub logistici nelle città: piccoli spazi di smistamento in grado di consentire un’ottimizzazione della last mile logistics attraverso l’implementazione di urban warehouse.
Ai classici centri di distribuzione urbana si stanno sostituendo i transit point, dove le merci vengono smistate più agevolmente. Questa transizione non è scevra da problematicità di natura trasportistica, in quanto di sovente capita che le strade siano troppo strette e trafficate.
Il Quaderno “Logistica commerciale e distribuzione delle merci nei mercati cittadini” pubblicato da INDIS (Unioncamere) corre i nostro soccorso, proponendo tre possibili modelli di gestione degli hub logistici:
Il modello volontario dove una cooperativa di trasportatori gestisce il transit point pur lasciandolo aperto al deposito di soggetti esterni (Germania).
Il modello semi-privatistico nel quale per svolgere ogni funzione è necessaria una licenza amministrativa, nel rispetto di parametri relativi al numero di mezzi utilizzabili e alle fasce orarie nelle quali si può lavorare (Olanda).
Il modello totalmente pubblicistico dove tutte le funzioni sono nelle mani della pubblica amministrazione che attribuisce i compiti a un’azienda privata (Principato di Monaco).

 

 

Il documento poc’anzi menzionato è stato siglato nel 2012 fra MIT e Assessori alla Mobilità di Torino, Milano e Napoli (tre città metropolitane) e varie associazioni di categoria, al fine di garantire un vicendevole scambio del know-how. Da ciò ne discende un piccolo vademecum di obiettivi da raggiungere:

– Riconvertire gli edifici dismessi o modificarne la destinazione d’uso;
– Trasformare i cdu in hub logistici smart;
– Integrare la catena di distribuzione;
– Valorizzare e recuperare le reti ferroviarie insieme alle loro aree di pertinenza;
– Ispirarsi alle best practices;
– Fissare le linee d’indirizzo;
– Istituire un tavolo tecnico sulla materia

Investire sul modello dei transit point porta soltanto benefici a costo zero sia per il privato che per la collettività, da un lato aumentando l’efficienza della supply chain e dall’altro riducendo l’impatto ambientale e il traffico.