Le nuove sfide della supply chain italiana

Scendere di casa e andare a “fare la spesa” al supermercato. Un’azione, questa, che per i cittadini dei Paesi industrializzati è a dir poco naturale e scontata, come se da sempre fosse possibile acquistare prodotti in scatola, mangiare pasti pronti, o trovare frutta fresca ogni giorno. Ma fra la farina e il pane che arriva sulle nostre tavole gli attori non sono soltanto il contadino e il fornaio: c’è una complessa rete distributiva che si occupa di valutare e definire ogni singolo spostamento di quel granello di farina che un giorno sarà destinato a trasformarsi in pane. Questa è la “supply chain” (trad. “catena di distribuzione”), che in uno scenario commerciale globale si inserisce nell’ottica della “logistica di largo consumo”, ovvero la logistica che si occupa dell’approvvigionamento e della cessione di tutti quei prodotti commercializzati in grandi quantità e a prezzo modesto. Si tratta proprio dei beni di prima necessità come generi alimentari e articoli per la cura della persona e della casa, reperibili in tantissime attività commerciali di grandi o piccole dimensioni.
Agli albori del 2020 l’associazione GS1 (Global Standards, Bruxelles), ha deciso di fare il punto sulla logistica nel largo consumo degli ultimi dieci anni. GS1 Italy, nello specifico, ha pubblicato la sua ricerca sulla “Mappatura dei flussi logistici nel settore del largo consumo in Italia” condotta con il Politecnico di Milano e con l’Università Cattaneo LIUC. In queste pagine, si legge dal comunicato stampa dell’ente no-profit: << è stata analizzata e misurata l’evoluzione della supply chain dal 2009 a oggi, anche in termini di sostenibilità ambientale >>. Dallo studio emerge che un aumento dell’efficienza della supply chain genera ricadute positive non solo sull’economia, ma anche sull’impatto ambientale dei flussi merceologici relativi ai beni di largo consumo. Nel 2018 solo in Italia questa filiera ha movimentato più di 3,2 miliardi di colli (18 milioni di tonnellate di merce!), impattandosi con alcune difficoltà organiche come ad esempio i vincoli imposti dalle ZTL, che richiedono mezzi più agili e a bassissime emissioni. Dalla ricerca è emersa anche una tendenza alla centralizzazione dei flussi: l’89% della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) passa per una rete di 450 Ce.Di (Centri di Distribuzione) presenti in tutta Italia, facilitando il rifornimento dei rivenditori anche attraverso l’incremento dell’order size (trad. “dimensione dell’ordine”).
Ottimizzare la filiera, però, non significa soltanto “vendere di più”, ma anche “vendere meglio”, ponendo l’attenzione su due fattori fondamentali: la lotta allo spreco alimentare e la sostenibilità ambientale della filiera. Dalla ricerca di GS1 Italy, emergono dei dati più che confortanti dovuti ai processi di riordino. Negli ultimi dieci anni le aziende del settore hanno ridotto del 18% le emissioni degli automezzi nei trasporti dagli stabilimenti ai Ce.Di; aumentato del 49% il ricorso alle unità di carico intere, del 19% la saturazione dei mezzi e del 12% il ricorso ai bilici, risparmiando ben 97mila tonnellate di Co2 all’anno e 450mila viaggi rispetto al 2009.
Secondo lo studio di GS1 Italy, le sfide che la logistica italiana dovrà vincere entro il 2025 sulla base della crescente automazione dei flussi fisici e informativi, riguardano proprio le direttrici su cui si si fonda l’offerta formativa dell’ITS Logistica Puglia: l’aumento della digitalizzazione della supply chain, l’accrescimento della sostenibilità ambientale e sociale, il miglioramento delle prassi collaborative fra gli attori della filiera e l’automazione del magazzino. Buona parte dei colossi mondiali sono già avanti con questi processi, e in un mercato sempre più interconnesso le eccellenze italiane si preparano a concorrere e ad affermarsi con le aziende di tutto il mondo.